Seduta qui davanti alle mie montagne di fronte all’Appennino Tosco-Emiliano, post pratica mattutina giornaliera, approfitto di quella quiete interiore infusa e mi ritrovo a leggere un interessante articolo fatto da Rosa Tagliaferro con riportate importanti considerazioni che Tim Miller, fu storico allievo di Sri. Pattabhi Jois, le fece durante un ritiro negli U.S.A.

IL TUO INSEGNANTE DI ASHTANGA YOGA E’ UN MANIACO DEL CONTROLLO?

Le mie prime riflessioni…

Essere troppo incisivi sulle correzioni di errori che in realtà non si possono considerare sono tali quando sono passaggi funzionali a essere superati in modo esperienziale dall’allievo che li commette è un elemento di valutazione della consapevolezza e capacità di un insegnante non da poco.

La provocazione di Tim Miller mi ha fatto e mi fa tutt’ora riflettere, indagare dentro me stessa e spesso mi chiedo se e quando sia giusto intervenire nelle correzioni e negli aggiustamenti, sebbene devo ammettere che quando tengo una classe mi faccio guidare dalla pancia e cerco di fare ciò che vorrei fosse fatto a me, al contempo stando attenta a non confondermi troppo con i miei allievi.

Faccio ancora fatica reputarmi un’insegnante, data la mia giovane età e a sentirmi pienamente in quel ruolo nonostante sia da tanti anni che pratico con devozione. Però non esito a farlo perché mi riempie il cuore vedere le persone che si sintonizzano sui loro respiri, sono convinta che questo sia il “lavoro” più bello del mondo. L’intervento di un insegnante e il modo in cui lo fa, come gestisce e come conosce i suoi allievi, come si sintonizza sui loro lati oscuri osservandone la trasmutazione in alcuni casi ed intervenendo con decisione in altri ne definisce la bravura. Ciò detto secondo me tutto questo fa parte delle pura esperienza delle propria pratica su se stessi e di come siamo riusciti negli anni a venire fuori da “certe situazioni”. La pratica, così come l’insegnamento, è al 95% pratica quotidiana e al 5% teoria e questo detto di Pattabhi lo si può tranquillamente applicare anche al campo dell’insegnamento. Si perché un insegnante che applica un controllo non costruttivo sull’allievo è anche un praticante e una persona che lo fa su se stessa. Mi è chiaro che non esista l’insegnante di per sè ma solo la persona che copre quel ruolo senza maschere. Fondamentalmente è anche importante definire la propria motivazione all’insegnamento che determina la bontà del nostro lavoro e ci preserva dai meccanismi dell’ego, a mio parere la motivazione è la cosa più importante. Insegnare è trasmettere ciò che può aiutare gli altri a stare bene.

Il “controllo schiacciante” accade quando l’ego dell’insegnante-persona ha bisogno di sentirsi riconosciuto sminuendo l’altro, tradotto = insicurezza dell’insegnante sul proprio valore personale. Quindi vorrei dire ai praticanti a cui è accaduto questo:”state tranquilli, l’insegnante-persona di fronte a voi si esaltato troppo!” Succede..

Ma torniamo all’articolo e alle affermazioni di Tim Miller che interrogato dalla sua allieva se fosse giusto correggere troppi dettagli alle asana eseguite da un allievo durante la lezione o porsi al di sopra di lui esercitando controllo “da maestro”sulla capacità di fare yoga dell’allievo stesso, lui risponde:

T.M. “Il ruolo di un insegnante è quello di ispirare un certo amore per la pratica. Guruji non era interessato in queste minuzie. Quando gli ponevano questo tipo di domande lui faceva la faccia strana e diceva ‘Lo yoga è per vedere Dio in ogni cosa’. La pratica è disegnata per darvi autorità, pertanto non è il ruolo dell’insegnante quella di togliervela sebbene sembra succedere spesso oggigiorno nel mondo dell’Ashtanga. La mia percezione è che Guruji semplicemente ci fornisse degli strumenti. Lui non rispondeva a queste domande dal momento che era solito dire che la pratica è self-teaching, insegna di per sè.”

Tim Miller, Samakonasana, Serie avanzata B.

Ed è esattamente questo che fa di un insegnante a mio parere, un vero insegnante. Uno che ti fa tornare a casa con la voglia di provarci e riprovarci di nuovo, che ti trasmette la passione e ti fa sentire magari anche delle volte (come capita a me dopo i ritiri) che non ci hai capito niente, ma non della pratica, non hai capito niente di te stesso e del tuo approccio a essa. La pratica non serve a vantarsi di quanto siamo bravi ma è uno strumento di guarigione corporea, di contatto con la parte più profonda di noi stessi.

T.M. “Il diritto di proprietà è dello studente. Siate costanti nella vostra pratica, trovate le vostre proprie risposte. Fidatevi della vostra voce interiore invece di dipendere sempre su qualcuno di esterno. La pratica è principalmente self-learning, apprendimento da sè.”

Io concordo sul fatto che questo self-learning è fatto su di noi giorno dopo giorno, per questo viene consigliato a chi pratica Astanga di cercare di imparare la sequenza e di ripetere le cose imparate a lezione ogni giorno, per i principianti anche i saluti al sole soltanto sono importanti tutti i giorni.

T.M.: “Siate gentili con i vostri studenti, siate compassionevoli. Non siate troppo stronzi, dei maniaci del controllo. Non pretendete di avere tutte le risposte. E quando non avete tutte le risposte, semplicemente ditelo. Lo yoga è talmente vasto che anche se studiate per moltissimo tempo, continuate comunque a graffiarne solo la superficie. Mantenetelo giocoso, mantenetelo gioioso. Sembra che oggigiorno tutta la parte giocosa la si stia eliminando. Ma se non lo mantenete tale, allora diventa difficile continuare a praticarlo perché non avrete più voglia di farlo.”

Tim Miller adjustments

Queste cose le ho sentite dire sempre come anche tutto il resto anche dal mio attuale maestro Lino Miele, interessante che due allievi storici di Guruji siano sulla stessa frequenza, sento la voce di Guruji nelle loro parole anche se io non l’ho mai incontrato ma è come se le sue parole siano parole universali. E ciò detto da Tim Miller è dannatamente vero.

Essere compassionevoli, riconoscere di non sapere è alla base per la costruzione di un rapporto autentico con noi stessi e con l’allievo. Questo invece me l’hanno insegnato i bambini, è meglio dire “non lo so” che inventarsi una risposta finta, non esiste il maestro di yoga, esiste solo il praticante e l’uomo o la donna che sono di fronte a voi e che ogni giorno si comprovano con loro stessi, che faticano come voi e, in fondo, questi concetti si possono applicare in ogni campo della vita non credete?

Clarissa Oliverio

Praticante Astanga Yoga

Self-made-learning teacher, not certificate (fortunately)

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *