NO MULA BANDHA, NO YOGA. ISPIRATO A UNA STORIA VERA

Questa è la frase di Sri K. Pattabhi Jois, che più mi è risuonata nella mente ogni volta che mi sono avvicinata ad altre pratiche (o presunte tali) di Yoga dove non è previsto durante l’esecuzione delle posture, né il Mulabandha (blocco dell’ano) né UddiyanaBandha (blocco dello stomaco).

Nei miei primi anni di pratica detti per scontato che i blocchi “mulabandha e Uddiyana bandha” andavano tenuti, siccome questa era la regola per tradizione della pratica ed essendo io per mia natura molto scrupolosa ho sempre seguito gli insegnamenti del mio primo teacher.

Poi un giorno succede, più o meno, a tutti che a un certo punto del percorso inizi a mettere in discussione delle cose che prima davi per scontate o a ritenerle meno importanti di prima, alla ricerca di qualcos’altro di magico che possa farti avere più benefici e più in fretta. Si, perché accade che a un certo punto i risultati non riesci più a vederli, magari per un lungo periodo, come addirittura può succedere di tornare indietro su alcune cose che prima “venivano facili”, ed è lì che si entra in crisi e inizia il malcontento. Così accade che si palesano due strade: continuare e perseverare sulla strada “vecchia” superando quel momento che può risultare anche molto lungo, oppure mettersi alla ricerca di qualcosa di “nuovo” di ammaliante che ti dia la “svolta” e che ti aiuti là dove la strada vecchia non ti ha portato.

Ebbene questo è l’errore che io stessa stavo commettendo e che ho visto commettere da molte persone del settore, cercare altro, come se altro fosse meglio di ciò che hai ora e che, nella tradizione, ha accompagnato moltissimi prima di te a frustrazioni e cambiamenti.

Nel mio caso a un certo punto della mia carriera di praticante, in un momento di vero sconforto, ebbi il desiderio di incontrare anche io un Guru, un maestro come lo fu Guruji Pattabhi per i suoi devoti allievi, il quale purtroppo non ho mai avuto il piacere di conoscere dal vivo. Pensavo sarebbe stato bello se “dalla fonte di un Guru della pratica yogica” avessi potuto potessi attingere chissà quali sapienze e raggiungere una più completa realizzazione in ciò che stavo facendo. Detto fatto, la realtà mi si presentò prontamente, fui avvertita da colleghi di pratica che un giovane maestro indiano, momentaneamente molto in auge, riceveva allievi per insegnare quella che sarebbe stata la “svolta dello yoga”, uno yoga che non constatava né Mulabandha né Uddiyanabandha, né respirazione Ujjayi. Ebbene, per farla breve, provai qualche volta a seguirlo, constatando ahimè diverse cose tra cui la più importante: gli effetti devastanti di una pratica senza bandha (chiusure) sul mio corpo, che peraltro furono evidenti sin da subito.

Gli effetti che percepii nel mio corpo furono sconvolgenti già dalla prima pratica, ebbi altre tre occasioni per fare quel tipo di pratica e ogni volta che la feci il mio ciclo mestruale si sballò sempre.

Lasciare la strada dello Yoga tradizionale per rivolgersi allo Yoga moderno

In effetti fu strano quel periodo della mia vita, mi chiedevo già da tempo se fosse arrivato il momento di lasciare la pratica dell’Ashtanga per rivolgermi a qualcosa di più “moderno” di più “evoluto”, al passo coi tempi. Non mi vergogno ad ammettere che misi in dubbio quella meravigliosa pratica di yoga che mi aveva accompagnato per dieci anni attraverso innumerevoli svolte da punto di vista fisico, mentale e di vita a 360°. Ma resami conto degli effetti devastanti di quella pratica nuova pratica senza l’utilizzo dei bandha (chiusure) non ebbi dubbi a ritornare sui miei passi. Nel frattempo ripresi in mano gli insegnamenti di Pattabhi Jois nel suo testo “Yoga Mala”, studiai approfondendo Krisnamacharya, e altri testi antichi e verificai con sconcerto l’importanza dei bandha nella pratica yogica.

Dettaglio di una illustrazione di Susan Chiocchi
da ‘The Mirror of Yoga’, che combina la fisiologia e la metafora.

Ma come era possibile che dopo tanti anni di pratica non mi ero resa davvero conto di ciò che facevo ogni giorno?

E’ chiaro che l’esperienza è qualcosa che non può essere né comprato né insegnato, e proprio per questo il motto più famoso del maestro Guruji fu 95% pratica e 5% teoria, perché quando ti rendi conto di ciò che fai e degli effetti che ha su di te non una volta ma innumerevoli volte (importantissima la sequenza di posture fissa) allora non hai più dubbi, la conoscenza deve essere esperita su se stessi e non può essere studiata.

Tratto da p. 67 del libro Yoga Mala, di Sri K. Patthabi Jois

“I principianti devono tenere presente che, sia nel Surya Namakara che negli asana, non si fa mai Kumbhaka o ritenzione del respiro. Chi pratica yoga Surya Namaskara secondo le regole dei testi sacri, non deve mai dimenticarsi di drishti, dei bandha, di dhyana, di rechaka e puraka […] Chi pratica gli asana deve fare prima Surya Namaskara e poi gli asana. Questa è la regola. Chi segue questa regola otterrà qualsiasi cosa desideri.”

Così mi tolsi ogni dubbio e compresi che l’Ashtanga Yoga era per me, la pratica e l’evoluzione della pratica stessa e che fino a quel momento non avevo veramente compreso che la guarigione e la vitalità crescente, che sperimentavo sul mio corpo da anni, fossero così tanto connessi con il trattenimento dei bandha e con la respirazione Ujjayi, nonostante buona parte di me lo sapesse già. L’Ashtanga diventò così per me il padre e il figlio di se stesso. Non avevo più bisogno di cercare altrove ciò che era già tra le mie mani, il mio maestro era la pratica stessa, semmai toccava a me andare più a fondo ed essere più rigorosa di come avevo fatto prima. Mi accorsi che la mia stanchezza riguardo alla pratica e la ricerca del “nuovo” erano dovuti al fatto che pensavo erroneamente di avere approfondito già abbastanza. Così mi misi a studiare e praticare con ancora più precisione e devozione verso tutto il sistema del Vinyasa, ritornai a praticare solo all’alba e come non facevo più da tempo e non solo tutto ritornò nella norma e potei ritornare a curare il mio ciclo mestruale e altri fastidi fisici insorti, ebbi un enorme miglioramento e la sensazione di stare andando avanti nella comprensione e nella pratica. Il mio andare avanti nella pratica è diventato per me comprendere meglio che quello che facevo da tempo non lo facevo bene, che potevo migliorare enormemente, c’erano innumerevoli cose che dovevo approfondire nella comprensione della pratica prima di andare avanti c0n le Asana.

Krishnamacharya

Samastitih – Pattabhi Jois

Fu una vera e propria occasione, in un momento di sconforto e in cui erroneamente avevo pensato di dover abbandonare la pratica dell’Astanga per muovermi verso qualcosa di nuovo per fretta di andare avanti nelle posizioni di scoprire che invece la mia comprensione delle basi e dei fondamenti era solo all’inizio. Era cambiato che mentre prima pensavo di sapere abbastanza, ora sapevo di non sapere. Con umiltà ripresi da zero e questo cambiò enormemente la mia pratica. Scoprì partecipando a un ritiro di diversi giorni tenuto da Lino Miele, che lui era il collegamento che cercavo, era lo strumento che mi avrebbe connesso con quell’antica tradizione e con il maestro Pattabhi Jois che rivive nei cuori dei suoi allievi e di coloro che hanno davvero compreso l’importanza di questa disciplina e rispettano la tradizione senza modificare nulla. Senza Mula Bandha non è Yoga come dice Guruji. L’importanza dei banda è straordinaria con i loro effetti di pulizia all’interno del corpo. Questa è la mia esperienza, voi farete la vostra.

Qui sotto il link del video di Pattabhi Jois on cui afferma l’importanza dei bandha e molte parole universali, nel guardarlo provate ad aprire le orecchie e gli occhi come si fa nella pratica e fatevi ispirare, lasciatevi trasportare dal vento del vostro respiro e il resto diverrà un gioco, il più meraviglioso che abbiate mai fatto.

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