LA PRATICA DELLO YOGA COME DANTE CON VIRGILIO: IL CORAGGIO DI ENTRARE NEL NOSTRO INFERNO

Dopo qualche tempo di silenzio nello scrivere ecco che come un’onda d’acqua che fluisce mi ritrovo qui a buttare giù due righe davanti a un bellissimo scenario, montagne al tramonto, grata per la vita che mi fa vivere nel qui ed ora, che mi da la preziosa possibilità di scrivere per raggiungere voi esseri meravigliosi, chiunque voi siate, che state leggendo queste righe, per unirmi con voi e trasmettervi quella che è l’esperienza più meravigliosa, dura e intensa della mia vita, la pratica di yoga e la realtà che si trasforma davanti ai miei occhi, come le nuvole che si plasmano all’orizzonte fino a scomparire mentre le guardo in questo momento.

La pratica dell’Astanga Yoga mi sta davvero conducendo come fece nella divina commedia Virgilio con Dante, attraverso gli strati dell’inferno della mia realtà umana.

La pratica ha il potere insito in se stessa, per la sua antichità, per il suo metodo, anche soltanto per il solo fatto che ti fa stare dentro il tuo inferno per almeno due ore al giorno (per qualcuno anche solo due ore a settimana, e va bene così comunque) di connetterti con quella parte vigile di te stesso che si riversa come un’onda di sangue pulito dentro al tuo corpo e un’onda di chiarezza su quegli aspetti della tua vita che da quel momento in poi non potrai più fare finta di non vedere.

Quando Dante e Virgilio giungono di fronte alla porta dell’Inferno, il primo non può far altro che notare la scritta scura e misteriosa posta su di essa. Non avendo afferrato subito il senso della frase, chiede a Virgilio il significato, quest’ultimo lo ammonisce dicendogli che non deve aver paura di entrare nell’inferno e che piuttosto deve prepararsi psicologicamente per affrontare la visione delle anime tristi dei dannati lasciando ogni esitazione (sospetto) e titubanza, essendo questo un luogo dove si incontrano le persone che hanno perduto Dio, il bene intellettuale per eccellenza.

Dante ebbe il coraggio di attraversare quell’inferno per arrivare al paradiso e noi non siamo esenti da questo atto di coraggio dovuto nei confronti di noi stessi e del solo fatto di avere fatto la fatica di nascere su questo pianeta ed essere arrivati sino a qui ora, anche noi come Dante per comprendere e assaporare il nostro paradiso dovremo passare per il nostro inferno, la comprensione di questo è fondamentale per lo sviluppo della nostra volontà di praticare di esserci per noi stessi. E’ una verità che fa parte di questo mondo tanto quando lo sono la forza di gravità e le montagne.

La struttura dell’oltretomba dantesco

Cari amici vi esorto con tutta me stessa e con il mio sentimento più puro a continuare la vostra pratica rendendola frequente e adattandola alla vostra vita quotidiana fatta di impegni e di duro lavoro, di famiglia e anche di cose pratiche da affrontare, vi esorto come essere umano che condivide la sua natura umana con voi, che siete miei fratelli di cammino su questa terra, e lo faccio perché verifico costantemente che una pratica di ascolto, che sia di yoga, che sia di meditazione fatta con criterio e qualità può davvero condurvi come il fidato Virgilio attraverso il vostro inferno ma vi farà anche vedere il paradiso che avete ed è già insito in voi stessi, che a volte non riuscite a percepire.

Quando sono in difficoltà mi sveglio alle 5:30 e pratico con tutta me stessa, la mia pratica diventa una preghiera alla mia parte divina affinché essa possa manifestarsi nella mia natura umana, e poi accade che durante il giorno anche solo un solo saluto di una persona sconosciuta a un incrocio, un sorriso di un’amica o la vista di un bocciolo di fiore mi faccia sentire come quella richiesta sia stata esaudita! La felicità risiede nella consapevolezza che tutto è presente adesso. Nessuna relazione intima, risultato sportivo, vittoria lavorativa, nemmeno il successo, il denaro e persino i figli potranno farci toccare la reale felicità, perché tutte queste cose a cui diamo importanza a cui affidiamo la responsabilità di renderci felici sono per loro natura transitorie. La felicità può essere toccata per brevi istanti e può arrivare da situazioni persone o cose insperate. In fondo la pratica insegna il distacco dal desiderio e l’azione senza desiderio.

Praticate se potete con il vostro cuore perché la felicità che si manifesterà in voi e attraverso di voi alle altre persone, vi renderà consapevoli e gli sforzi che farete saranno ripagati fino all’ultima goccia di sudore versata su quel tappetino.

Ognuno di voi lo farà a proprio modo, trovate il vostro modo di essere presenti con voi e mi raccomando: appena Virgilio vi prenderà per mano per condurvi là dove solo i più coraggiosi osano andare rimanete nella vostra pratica di ascolto che sia per dieci minuti al giorno che sia per ore ma fatelo e non mollate! Non mollate una volta varcata la soglia del vostro inferno, perché la da lì non faranno più ritorno le persone che hanno perso la spinta a cercare Dio in loro, o che lo cercheranno invano al di fuori di loro.

Fatevi condurre dalla mano amica di Virgilio e vedrete come anche le cose più spaventose, le più terribili e difficili da accettare di voi stessi si trasformeranno, presto o tardi, e con i loro dovuti tempi si muteranno in consapevolezza, mentre con la pazienza che lo yoga sa insegnare al praticante costante, proverete a voi stessi che nella pazienza e nel coraggio di stare anche nelle emozioni più difficili che si presenteranno (e state certi che questo accadrà), avrete allora la preziosa possibilità di mettervi alla prova e non fuggire, potrete essere questa volta coraggiosi e rimanere a osservare, a respirare e sentire, ad attendere per poi comprendere anche solo per un istante come tutta la natura di ogni cosa su questo pianeta sia in continua trasformazione, in continuo mutamento per sua natura, come insegnano nei testi sacri buddisti e non buddisti, ogni cosa è transitoria e in continuo cambiamento, le belle situazioni ma anche quelle brutte.

“Il nostro respiro può essere se lo vogliamo, il Virgilio che con la sua mano ci accompagna nelle terre più oscure del profondo buio per poi farci riemergere in lidi mai nemmeno sperati.”

Ogni cosa a suo tempo, “Fai la tua pratica e tutto accade” come disse Sri K. Pattabhi Jois, una frase bellissima soprattutto  quando vissuta sulla nostra pelle, di umani, di persone con difetti e paure, insicurezze ma anche di enorme talento e di luce divina, quella luce che presto o tardi per ognuno di noi uscirà con cotanta bellezza.

Stay tuned on your practice!

Namastè

PONTI DA IN PIEDI-BACK-BENDING “paura di cadere o voglia di volare?”

Il tema di questo articolo, da come potrete evincere dal titolo, tratta di un tema che presto o tardi i praticanti di Yoga dovranno affrontare e… perché no… non è detto, qualcuno riesce ad affrontarlo anche senza paura.

Sono qui oggi perché spero di esservi utile nel fornirvi uno spunto di riflessione sul modo in cui affrontare qualcosa che vi spaventa e questo può valere non soltanto nella pratica di yoga ma anche in ogni campo della vita.

I back-bending infatti, per chi non lo sapesse sono detti anche volgarmente ponti dall’alto o ponti da in piedi, si tratta di una postura che si esegue nella sequenza subito dopo avere fatto i ponti a terra (Urdhva Dhanurasana) a seguire i quali ci si alza in piedi e inarcando la schiena all’indietro, allungando le mani oltre la testa, si cerca di raggiungere il pavimento arrivando direttamente nella posizione del ponte. Questa postura si affronta solitamente dopo aver concluso tutta la prima serie di Astanga Yoga e soltanto se la schiena è pronta, sotto la guida di un maestro esperto. Sarebbe opportuno che venisse assegnata da maestro di grande esperienza e che nell’impararla veniste seguiti da vostro insegnante di riferimento e che vi conosce.

La schiena si inarca in modo sensibile e il bacino si sposta in avanti e si flette in modo consistente, le braccia si sollevano verso il cielo per poi andare all’indietro oltre la testa a mano a man che la schiena si inarca, solo alla fine le ginocchia si flettono leggermente e permettono alle mani di toccare a terra, portando il praticante direttamente nella postura del ponte.

Spesso passa del tempo prima di riuscire a imparare ad “atterrare” nel ponte senza battere il capo sul tappetino e senza troppa agitazione, seguendo il flusso del proprio respiro in corretta respirazione ujjayi.

Va bene, per qualcuno può essere risultato relativamente semplice scendere da in piedi nel ponte a braccia tese, ma per la maggior parte dei praticanti esso rappresenta un bello scoglio da superare, non soltanto fisicamente in quanto la schiena richiede diverso tempo per flettersi con maggiore scioltezza e in modo del tutto indolore, così come il bacino si renderà flessibile nella sua spinta in avanti in altrettanto tempo, ma soprattutto  a livello mentale perché andare all’indietro rappresenta un momento in cui si affronta la paura di cadere.

Affrontare ciò che ci fa paura…

                         Acqua ed emozioni

Il motivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo è che per me questo tipo di esercizio è stato molto difficile, difficile per la mia testa che faceva da grillo parlante, non faceva altro che ripetermi “non ce la fai”, (ovviamente sbagliava!) perciò facevo molta fatica a lasciarmi andare al solo flusso del respiro, e così spesso, molto spesso, mi lasciavo andare alla sua voce ingannevole. Sta di fatto che col tempo, provando e riprovando ho imparato a mettermi alla prova lasciandomi andare all’ascolto del mio respiro spostando l’attenzione sul mio respiro invece che sulla voce del “grillo-mente-parlante”. Così facendo l’ascolto della mente lasciava spazio all’ascolto del respiro e la paura iniziava a trasformarsi in forza e consapevolezza.

Tutta questa esperienza ha tuttavia rappresentato un’infinita fonte di ispirazione per me.

ATTRIBUIRE UN SENSO A CIO’ CHE CI FA PAURA AUMENTA LA POSTA IN GIOCO MA LO CARICA DI SIGNIFICATO 

Iniziai a chiedermi perché una volta arrivata lì all’esecuzione del ponte da in piedi la mia testa iniziava puntualmente la sua opera di frastornamento costante così

“un giorno collegai questo esercizio alla mia paura di non farcela da sola, di lasciarmi andare, la paura di perdere il controllo su ciò che stavo facendo nella vita.”

Lo Yoga mi ha sempre spinto oltre la barriera di confine fra il conscio e l’inconscio e spesso ho mancato l’esercizio per la parte mentale che mi bloccava. E guarda caso, che caso non è mai stato, mi sono sempre ritrovata ad affrontare questo tipo nuove posture sempre nel mentre in cui stavo per affrontare la vita con maggiore indipendenza, non riuscivo ad affrontare dei passi importanti per la mia vita per la paura di non essere all’altezza. E’ sicuramente grazie ai back-bending che ho potuto lavorare su di me profondamente e trasformare questa mia insicurezza, riuscendo poi a concretizzare non soltanto la postura nella mia pratica di yoga ma a vedere traslato l’effetto della pratica della tanto temuta postura nelle mie azioni di vita nel quotidiano. Riuscendo a mettere le mani indietro in tempo vedevo più determinazione nelle mie azioni nello sviluppo dei miei progetti personali di vita.

                      La chiave è dentro di te

“PAURA DI CADERE O VOGLIA DI VOLARE?”

Mi sono chiesta che cosa rappresentasse per me l’andare da in piedi all’indietro nei ponti e mi sono detta… “Beh per me saper eseguire questo movimento con consapevolezza rappresenta la flessibilità di affrontare l’ignoto e sapere di farcela da sola senza l’appoggio e l’aiuto di nessuno. E così ho iniziato a dare significato a ciò che stavo facendo considerandolo non un mero esercizio da imparare ma un intero argomento da affrontare, fisico e mentale e di vita. Così facendo ho messo un carico da novanta sull’esercizio stesso ma ho aumentato la posta in gioco perché sapevo che superando quella paura avrei colto l’occasione per dare valore a ciò che facevo e migliorarmi anche nella vita. Si, perché migliorarmi nella vita di tutti i giorni valeva la pena di quel rischio che correvo ogni volta che lo affrontavo, e così valeva la pena che io rischiassi tutti i giorni per imparare qualcosa in di più di me stessa con l’aiuto della pratica. Moltissime volte ho battuto il capo sul tappetino (senza conseguenze, a parte sentirmi un po’ umiliata J) Ma in fondo la flessibilità che cosa è se non la malleabilità e il coraggio di buttarsi senza toppi meccanismi mentali che frenano?

Affrontare e sciogliere un blocco, una paura sul tappetino e farlo con ascolto del respiro e attenzione verso noi stessi si riflette inevitabilmente negli atteggiamenti verso noi stessi, verso gli altri, verso la vita e le prove che ci presenta. Eseguendo i back-bending mi sono accorta che la mia flessibilità fisica aumentava all’aumentare delle mia flessibilità mentale. Per me imparare a scendere nei ponti da in piedi ha significato non avere paura di buttarmi nella vita, imparare a essere flessibile nel raggiungere i miei sogni, avere fiducia nelle mie capacità di stendere le mani in tempo per frenare la discesa e arrivare stabile a terra, seguendo il respiro, il flusso della vita e facendolo in accordo con la mia schiena. Soprattutto avere perseveranza, pazienza e costanza.

Dare un valore a ciò che si fa è fondamentale per crescere, solo tutto ciò che impariamo da noi stessi lo potremo  trasmettere con l’esempio, tutto in fondo si esprime da dentro di noi verso fuori di noi e in fondo, se osservate molto bene una persona mentre pratica vedrete un essere che vive la propria dimensione interna esternandola.

Perciò ogni volta che avete paura di qualche cosa provate a dargli un significato e osservatevi, osservatevi più che potete, provateci e riprovateci fino a quando la paura si trasformerà in voglia di conoscersi, in forza e gioco, e solo allora riuscirete a sentire che la paura di cadere non era altro che la voglia di volare.

Clarissa Oliverio – Astanga Yoga Mugello 8

REBLOGGED, (da un articolo pubblicato sul blog di Rosa Tagliaferro). TIM MILLER FU NOTO E STORICO ALLIEVO di Pattabhi Jois dice: IL TUO INSEGNANTE DI ASHTANGA YOGA E’ UN MANIACO DEL CONTROLLO?

CHIAMATELA GINNASTICA YOGA! E VI DIRÒ PERCHÉ

Dal titolo provocatorio, si capisce, intendo lanciare uno spunto di riflessione, non sono nessuno per dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, si sa mai però che questo possa divenire per qualche lettore il terreno fertile per importanti considerazioni.
E’ soprattutto per me che scrivo questo articolo, perché ho esigenza di affermare ciò che leggerete affinché, anche solo tramite provocazione e come in fondo a me piace fare, io possa produrre delle reazioni in voi, sono sempre stata una ribelle e mi piace rompere il silenzio su argomenti difficili e delicati ma in fondo, si sa, a qualcuno tocca affrontare argomenti scomodi, quegli argomenti dove è più facile fare finta di niente e magari fare considerazioni a casa, in privato.
Io affronterò queste mie considerazioni pubblicamente ma vi fornirò motivazioni al riguardo.
Intanto, in questo mondo stravolto nei valori, dove prima viene l’immagine e poi veniamo noi stessi, prima si sceglie il lavoro che vorremmo fare e poi forse ci occupiamo di noi stessi e di stare bene e in salute.
Quindi facciamo yoga prima di tutto per noi stessi, non vi è lo scopo dell’insegnamento. Vi è solo lo scopo di stare bene noi, e se poi questo stare bene si può diffondere per qualche strano motivo del destino che getta le condizioni favorevoli per questo allora ben venga.
Lo yoga si fa per noi soltanto, per guarirci innanzitutto, per stare bene nel nostro corpo, per fare il nostro percorso di vita, “Per vedere Dio in ogni cosa” come disse Sri. K. Pattabhi Jois. Non c’è niente da studiare ma solo “da fare” e da applicare quotidianamente nel concreto sul nostro corpo, nella nostra vita. Il discorso del “volere diventare insegnante” viene a cadere perché non ha senso. Perché l’unica cosa che conta è essere presenti alla nostra pratica yogica, essere presenti alla pratica dello yoga per noi. Tutto il resto va lasciato alla sua naturale realizzazione, e ciò avverrà in modo armonioso e gratificante solo e soltanto se è cosa giusta per noi e per gli altri.
Lo yoga è uno strumento per noi stessi e si applica affinché noi possiamo essere liberi da qualsiasi tipo di lavoro, anche dal lavoro dell’insegnamento stesso. Libertà per noi stessi è lo scopo ultimo, disidentificazione dal ruolo dell’insegnante, del genitore, del compagno, persino del nostr0 nome e di chi abbiamo sempre creduto di essere, la pratica dello yoga crea quello spazio vuoto dentro di noi entro il quale noi possiamo manifestare ciò che siamo.
Vi è un’altra seria motivazione per cui ho deciso di parlare di questo argomento e nasce dal fatto che sono seriamente preoccupata per la salute delle persone che, come mai oggi, hanno bisogno di recuperare la loro vitalità. Se si avvicinano alla pratica yogica dovrebbero farlo in modo serio affinché quella pratica possa essere di loro aiuto e divenire uno strumento valido, quotidiano. Considero un metodo valido ed efficace solo L’Astanga Vinyasa Yoga, lo Yoga del Respiro, sia perché è un metodo tradizionale che affonda le sue radici nell’antico, divulgato da un grande uomo come lo fu Pattabhi Jois allievo di Krishnamacharya, sia perché l’Astanga ha dimostrato nel mondo essere un efficace strumento di guarigione di massa, lo parlano i numeri e le esperienze dirette e personali di chi lo ha fatto, lo vedo sui corpi e sui respiro nonché sull’atteggiamento mentale che forma l’assiduo praticante quando giro per i ritiri, ci saranno altre strade per ottenere la salute sul corpo e la riattivazione del potenziale del respiro ma io posso parlare solo dell’Astanga perché solo con quello ho potuto trasformare il mio corpo e la mia vita quotidianamente.
Purtroppo vedo sorgere innumerevoli scuole di certificazioni all’insegnamento dello Yoga che oltre a insegnare sequenze di yoga a casaccio, diciamolo pure ci guadagnano e basta, è diventato un vero business. E’ evidente che nell’era moderna in cui ormai l’insoddisfazione personale regna sovrana, tutte le persone cercano vie alternative, ma state attenti ai falsi profeti, a chi vi assicura un futuro pagando.
Sapete qual è la cosa peggiore?
Che una scuola che certifica, per tanti soldi, insegnanti inesperti crea tanti istruttori di yoga pasticcioni, pensate su quante persone ricadranno gli effetti di queste pratiche yogiche avventate.. Fatevi due conti. Queste certificazioni vengono rilasciate dopo corsi di qualche ora, 200 ore o anche meno sono sufficienti, nascono in ogni dove nuovi nomi di yoga del tipo “alfa yoga, beta yoga e così via” e addirittura a volte questi nomi di Yoga vengono registrati come marchio (vedete un po’ voi, come se la conoscenza dello Yoga e la sua divulgazione fosse appartenenza di qualcuno, proprio stiamo perdendo la testa) e soprattutto queste sequenze occidentalizzate, inventate e sempre variabili di lezione in lezione sono estremamente pericolose sul corpo.


Sri K. Pattabhi Jois, Padmasana

Le sequenze di posizioni dovrebbero essere tramandate da maestri di grande levatura che conoscono realmente la tradizione e che non vengono né toccate né modificate da noi occidentali.
Le sequenze tradizionali sono fisse e contengono posizioni sicure. La loro logica di successione è intelligente perché una posizione prepara la successiva.
Lo sapevate che se non sono bilanciate bene fra loro le posture e inserite in una giusta sequenza producono sbilanciamenti degli organi interni e del loro equilibrio fino a potervi fare ammalare seriamente? Beh se questa idea non vi ha ancora sfiorato vi consiglio la lettura di “Yoga Mala” di Sri K. Pattabhi Jois, lì troverete la correlativa bibliografia per continuare e approfondire le vostre ricerche.
Cosè il Vinyasa? Il sistema del Vinyasa ha una sua sequenza precisa e un conteggio rigoroso che accompagna la postura nella sequenza. “ Vinyasa significa respiro sincronizzato con il movimento. Il respiro è il cuore di questa disciplina e collega una postura all’altra con un ordine ben preciso. Sincronizzando il movimento con il respiro e praticando il Mulabandha e l’Uddiyanabandha (chiusure si produce un intenso calore interno. Questo calore purifica i muscoli e gli organo facendo espellere le tossine nocive[…] Il respiro regola il vinyasa ed assicura un’efficiente circolazione del sangue.” Tratto dal libro Astanga Yoga di Lino Miele.
Purtroppo la parola Vinyasa è stata utilizzata a casaccio per dare il nome a pratiche di Yoga occidentalizzate.
State attenti a ciò che praticate, lo Yoga non è un gioco.

La terza motivazione per cui scrivo questo articolo è perché trovo che l’unica scuola che possa insegnare sia la nostra vita e le esperienze che facciamo attraverso la pratica. Se stiamo praticando a dovere presto o tardi questo si traduce in trasformazione e cambiamento della nostra realtà circostante perché siamo cambiati noi dentro, le nostre relazioni esterne proseguono e si evolvono, in alcuni casi si interrompono e questo avviene quando sono svilenti e non ci permettono un vero percorso di crescita e di scambio. E’ allora inutile voler esser degli insegnanti di Yoga se poi nel nostro privato viviamo soprattutto chaos e nella sofferenza, se abbiamo paura di rimanere soli, se siamo schiavi della routine lavorativa, della famiglia, del parere delle persone, delle dipendenze affettive, se abbiamo accanto persone che non sono in rispetto e in condivisione del nostro percorso. Queste sono le cose che mi fanno capire come lavora la pratica sulle persone e su di me per prima. Insegnanti della levatura di Pattabhi Jois avevamo anche una realtà famigliare centrale nella loro vita e ai loro allievi più devoti avevano mostrato come vivevano, l’ambiente che avevano creato attorno a loro. Io personalmente ho scelto di seguire Lino Miele perché ho osservato quale ambiente ha attorno a se, che tipologia di persone lo seguono, la sua famiglia, i suoi assistenti, quel meraviglioso silenzio di ascolto che hanno le persone che praticano con lui ai suoi ritiri. Questi sono i dati che mi hanno stimolato a seguirlo, non certamente le Asana che lui è riuscito a fare nella sua carriera anche se sono notevoli, egli è andato a mio parere oltre l’Asana e ha dimostrato una notevole comprensione non solo della pratica ma della vita nel suo complesso, nel suo caso tutto ha lavorato a 360° intorno a lui. Meraviglioso effetto dello Yoga.
Lo Yoga penetra nella realtà della persona che lo pratica e lo fa a 360° perciò quando è il momento lavora dentro alla persona stessa. Quando cambi tu dentro, come una creta la tua vita si fa malleabile e cambia forma. Cambiano le relazioni, a volte i partner, cambia il tuo modo di relazionarti agli altri.
Non esiste una certificazione da raggiungere ma solo “99% pratica 1% teoria”, non ci sono scorciatoie non ci sono 200 ore, nemmeno 500, nemmeno 1.000, ce ne sono quante ne servono affinché la pratica produca i suoi effetti su di noi.
La confusione regna sovrana, aimè , purtroppo, e a produrre operatori altamente certificati e altamente confusi si scombina l’ordine naturale della vita che vorrebbe, per buonsenso, che il mestiere lo si impari facendolo, come del resto si usava fin dall’antichità nelle botteghe d’arte degli artigiani. La conoscenza era trasmessa di maestro in allievo, in modo giornaliero, minuzioso e l’allievo faceva, faceva, faceva. Non esiste la logica dell’industria e della produzione industriale di artigiani maestri di yoga, nessuna certificazione semmai un attestato del maestro al suo allievo in segno di riconoscimento. In fondo nessuno può certificare nessuno perché è evidente e, credetemi, è proprio evidente, che un operatore diverrà insegnante nel momento in cui lui è pronto e soltanto se lo è davvero.
Ribadisco solo e soltanto se la nostra strada è l’insegnamento si verificherà come conseguenza naturale del nostro operato su noi stessi.


Quella che io considero “ginnastica Yoga”

 

Nella pratica dello Yoga esiste un spazio in cui vivere, respirare e crescere, che non è governato da nessun tipo di business ma dalle leggi interiori che solamente tu puoi darti, ed è allora che si conosce, anche solo per poco tempo al giorno, la vera libertà. Per me questo è stato ed è l’Ashtanga Yoga.
Concludo finalmente, se davvero la vostra vocazione è quella di essere un praticante di yoga trovate una pratica tradizionale che abbia le sue radici nell’antico, nel reale e non esitate a praticare tutti i giorni, a sudare su quel tappetino, a volte farvi male se questo serve a farvi comprendere meglio, a vivere la pratica 100% nella vostra vita, nulla potrà dirvi se siete competenti o meno e nessuno potrà certificarvelo nessun pezzo di carta, perché quando sarete tra le persone, la bontà del vostro servizio (perché di servizio si tratta) si espliciterà nel tempo e con i fatti, vedendo crescere la passione dentro di loro e il benessere nei loro occhi, e non certamente per merito vostro ma solamente per merito di una vera disciplina come io reputo per esperienza personale l’Astanga yoga. Siamo gli operai della tradizione, non inventatevi nulla. Chi siamo noi per poterlo fare?
Ogni lezione che si offre agli studenti è condizione di crescita per chi la fa, per chi la riceve, e funziona solo quando è compassionevole, e per essere compassionevole devi avere sudato e compreso dolori, frustrazioni, paure e cambiamenti a cui sono sottoposti coloro che vengono da te, il procedimento di acquisizione può durare anche molto, moltissimo tempo, ma quando è sentito nel profondo produce consapevolezza in chi lo riceve. La strada della vera pratica porta dei veri cambiamenti che un adepto presto o tardi dovrà affrontare. Il lavoro dello yoga non è un business, ciò non toglie che venga adeguatamente retribuito, ma non segue certo le logiche del business e del marketing ecco, se proprio avete deciso di seguire un corso di yoga improvvisato dal nome moderno o di prendere la scorciatoia di farvi certificare da una scuola di Yoga “chiamatela almeno ginnastica yoga”!
di Clarissa Oliverio